Laboratorio di meditazione

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Non vi erano poi grandi cose da fare in meditazione; silenzio e zero sbattimenti. Si doveva osservare ciò che i sensi percepivano e lasciare andare, senza che quella vecchia impicciona bigotta si mettesse a sparare sentenze o giudizi su tutto e tutti. Seduti senza fare assolutamente nulla, l’arte di esistere fino a scomparire. Avevo già provato varie tecniche in passato schivando cani di notte tra le strade polverose dell’ Uttar Pradesh, cercando di orientare la mente verso il suono dei mantra, verso punti specifici del corpo, dentro a caleidoscopiche visioni indotte da ipnosi collettive, insomma, verso tutta una serie di elementi che dovevano in qualche modo ammaestrarla. Funzionavano, ma grazie alla tecnica, finita la tecnica finito il risultato. Da quel momento iniziai a sperimentare tra la folla. Il laboratorio era una strada del Pijp, tra nessuna tecnica, nessuna posizione specifica del corpo, nessun appiglio per la mente. Osservazione in movimento. Neanche il romanticismo del vivere qui e ora fece breccia quel giorno.

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